
Nulla di nuovo dunque, nulla che non sia già stato detto o suonato in passato – ma trovami tu qualcuno che suona le stesse cose e le suona così vere e veritiere oggi che siamo nel 2012. I Liars, forse. O magari i Fuck Buttons se solo si decidessero finalmente a nutrirsi con una steady diet of Fugazi e a bandire del tutto l’elettronica per cimentarsi in una specie di blues urbano fatto solo di chitarra-basso-batteria ed occasionale voce femminile di un featuring o chissà chi (decidano loro, basta che ci provino. Io sarò contento a prescindere). Comunque, nessun orpello nella musica dei Prinzhorn Dance School, niente che vada a rivestire lo scheletro che costituisce impalcatura ed al tempo stesso essenza delle loro “canzoni” (il virgolettato è d’obbligo, perché le loro composizioni non hanno propriamente la canonica struttura della canzone pop. Anzi, mi correggo: il loro è pop autistico e artistico, tra Rain Man e Man Ray giusto per citare a sproposito il poeta urbano Dargen D’Amico).
Tanto per dire, talvolta i Prinzhorn Dance School arrivano perfino a lambire i tanto vituperati territori del pop-che-ti-ritrovi-a-canticchiare-quando-meno-te-l’aspetti (“I Want You”, “Shake The Jar”) se non fosse che questi tanto vituperati territori del pop-che-ti-ritrovi-a-canticchiare-quando-meno-te-l’aspetti vengono poi irrimediabilmente deturpati dalle bordate di “Sing Orderly” e dalla venefica filastrocca “Usurper”. Grande disco questo “Clay Class”, un’opera nella quale il vuoto diventa pieno e colma lo spazio che ci circonda, le ritmiche sono ridotte ai minimi termini e mentre l’ascolti ti ritrovi a pensare che i quattro anni dal debut album non sono passati invano e che la proposta del duo è notevolmente migliorata, facendosi meno dispersiva e più focalizzata al raggiungimento dell’obiettivo. Non è dato sapersi quale sia questo obiettivo, ma viste le facce da psicotici dei due sarei portato a pensare che il loro obiettivo nemmeno tanto nascosto sia incasinare in qualche modo il mondo. Ben vengano band così.
(IFB)
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