04 settembre 2009

STEADY DIET OF LOATHING

Chiariamo subito una cosa: Milky Ways di Joakim si candida seriamente ad essere uno dei dischi dell’anno 2009, ma tanto nessuno se lo filerà e difficilmente si potrà trovarlo in cima alle charts annuali dei siti musicali che contano. Al limite verrà solamente citato di striscio, e nessuno avrà il fegato di metterlo non dico nelle prime tre posizioni, ma di metterlo nella top ten dei dischi dell’anno. Fine del solito pistolotto polemico iniziale.

Affermo tutto questo senza ironia, ma con la consapevolezza che dischi del genere si ascoltano molto raramente e ben più raramente vengono capiti perché sono fuori dal tempo e fuori dalle mode. Qui non si tratta dei Bloody Beetroots o dei pur rispettabilissimi Justice, si tratta di roba fatta da un tizio che è in giro da molto tempo, che non ha mai fatto il botto commerciale ma ne sa e soprattutto non cerca di seguire la corrente, ma vuol fare la sua cosa e la fa senza preoccuparsi di arrivare ad Mtv. Fine del secondo pistolotto polemico consecutivo.

E com’è Milky Ways? È fatto essenzialmente di chitarra, basso, batteria, sintetizzatori e campionatore. È un disco impossibile da catalogare, va ben oltre la dance ed è in grado di esprimere in maniera definitiva l’eclettismo di Joakim. Ascoltandolo vengono subito le seguenti definizioni:

- Colonia 1974, il krautrock all’apice del suo splendore;
- i Neu! in particolare
- psichedelia da Summer Of Love 1988, quando i sintetizzatori (e non solo) bruciavano i neuroni alla gente che amava ballare in discoteche di tendenza e/o in epici rave party;
- il disco che farebbero i Sonic Youth se solo non fossero bolliti;
- il disco che farebbero i Sonic Youth se si fossero bolliti i neuroni durante la Summer of Love 1988;
- David Bowie, stesso discorso fatto per i Sonic Youth ai due punti precedenti;
- pop music che in un mondo più giusto sarebbe in testa ad ogni classifica;
- musica da ballare più con la mente che con il corpo.

In poche parole, un disco talmente bello che recensirlo risulta molto difficile. Si ha paura di rovinarlo, si ha paura di alterare qualcosa nel perfetto amalgama raggiunto da Joakim. Un attimo c’è la soluzione sonora più kitsch possibile, un attimo dopo arriva musica seria, serissima: questo è Joakim, con le sue colonne sonore per immaginari film porno da guardare sotto effetto di sostanze non propriamente legali (Ad Me), con le sue cavalcate intrise di fuzz (Back To Wilderness), con i suoi dance anthem da lacrime agli occhi (Spiders) e con il suo techno-pop in stile Postal Service dopo una dieta a base di pane ed acid house (Medusa). Questo è il disco di un uomo allo stato dell’arte.

(Indie For Bunnies)

4 commenti:

Jerry ha detto...

Joakim spacca anche come remixer,questo fatto x dj Mehdi non fa prigionieri.
http://www.youtube.com/watch?v=J3hQN6ifKGg

accento svedese ha detto...

My Best Remixes raccoglie il meglio dei suoi remix ed è un disco che scotta.

Sebas✞iano ha detto...

amato Joakim. concordo su tutto, fra poco toccherà alla mia di recensione.

accento svedese ha detto...

Fichissimo anche il disco precedente.