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06 novembre 2011

Un live per gente vecchia o giovanissima, ma non intermedia: I CANI – Live @ Covo (Bologna, 21/10/2011)


Dunque, dove eravamo rimasti: ad progetto musicale divenuto famoso grazie al tam tam in rete, ad un disco che non si è rivelato niente di che ma almeno non era banale, ad un paio di concerti warm-up e all’annuncio del primo tour italiano de I Cani. L’affare si stava veramente ingrossando (la citazione dal film “Una pallottola spuntata” è del tutto voluta), ed oltretutto ci si sono messe parecchie date finite sold out con larghissimo anticipo a complicare di molto la cosa.

In pratica, non ci si capisce più nulla. Perché I Cani piace così tanto? È diventato una band vera e propria oppure è e rimane il progetto da cameretta di Niccolò Rutelli trasportato forzatamente in una dimensione live che non gli appartiene? È possibile affrontare un concerto intero con un repertorio della durata di trentacinque/quaranta minuti o bisogna per forza ricorrere ad espedienti alla Blink 182 (cazzeggio tra un brano e l’altro, corse sul posto, piegamenti, simulazioni di rumori corporali vari ed eventuali) per dilatare un po’ i tempi e raggiungere un minutaggio ritenuto accettabile dall’esigentissimo pubblico indie? Niccolò Rutelli continuerà a portare il sacchetto sulla testa o svelerà finalmente la propria identità all’esigentissimo pubblico indie? Niccolò Rutelli ci è o ci fa? È cantore disincantato di un universo che non gli appartiene o coi sguazza alla grande fingendo disincanto cantato? Posso capire qualcosa ugualmente anche se non so chi sia Wes Anderson perché l’unica Anderson che conosco è Pamela Anderson? Riusciranno i nostri eroi a rendere in maniera credibile la cover di “Con un deca”, – immortale classico degli 883 con il quale (a quanto si legge in giro) chiudono i concerti – oppure si tornerà a casa con la coda fra le gambe rimpiangendo i gemelli del gol Pezzali-Repetto? Quali qualità deve possedere un gruppo/progetto musicale per essere considerato generazionale? Si capirà qualcosa nella bolgia del sold out oppure bisognerà andare ad intuito, cercando disperatamente di captare qualche brandello della musica che viene suonata, una parvenza di idea che ricordi ciò che è possibile sentire su disco, una frase, una sensazione, qualcosa di sinistra, qualcosa?

Ed è con questo stato d’animo che mi sono recato al Covo di Bologna per sentirmi questi famigerati Cani e capire, capirmi, capirli. Incappucciato come un black bloc ma con indosso la maglietta nera di Ondarock ho assistito all’intero spettacolo, e devo dire che è stato godibile. Nulla per cui strapparsi i capelli, però canzoni che se prese a piccole dosi sanno regalare discrete soddisfazioni; quarantacinque minuti di concerto per un progetto del genere son lunghi da reggere e ad un certo punto ho addirittura iniziato a cercare idealmente (ed insistentemente) il mousepad per guardare filmati su YouTube, scaricare musica, scrivere cazzate random, leggere news che un minuto dopo sono già vecchie (insomma, tutta quella gamma di cose fanno di solito mentre si ascolta musica da una botta e via), ma il problema non è stato solo mio visto che il pubblico de I Cani ha degnato di attenzione solo “Post Punk”, “Velleità”, “I pariolini di diciott’anni” e le altre megahit mentre ha parlottato e rumoreggiato per il resto dell’esibizione (per non parlare poi del vergognoso trattamento riservato agli ottimi Winston McNamara che aprivano la serata, un bignami degli anni novanta che non è stato praticamente degnato della benché minima attenzione da nessuno – solo frizzi e lazzi in attesa dei Cani. Peccato perché son bravi davvero, vorrei sentire parlare ancora di loro). I Cani dal vivo sono una band vera ed hanno un ottimo tiro, si perde (per fortuna) quel impasto lo-fi di suoni Fruity di fortuna che caratterizzava il loro sorprendente esordio in favore di maggior pulizia, maggior chiarezza, maggior incisività. Niccolò Cani sembra Luca Laurenti perché quando parla tra un brano e l’altro non si capisce nulla ed invece quando canta sembra un’altra persona/un’altra voce, tiene bene il palco, non è simpaticissimo ma sa far bene il suo mestiere (mica è lì per fare il clown, no? Magari è solo timido). Parla di quella fascia di età che va dai diciannove ai venticinque come nessuno fa oggi (nessuno ci prova), o meglio parla di quella fascia di età che in tasca ha la grana e si annoia perché non sa come spenderla ed allora cerca disperatamente di mostrare al mondo le proprie velleità, che oggi sono queste e domani probabilmente saranno altre perché le cose attualmente cambiano da un giorno all’altro. Mica Niccolò Cani è per forza così, però di questo parla la sua musica e per questo piace così tanto alla gente di cui parla (e questa manco se ne rende conto, genius). Probabilmente sta pigliando per il culo tutti, me compreso. Probabilmente mi sto pigliando per il culo da solo.

E la cover degli 883? È stata un momento talmente basso da sembrare altissimo, ma ci stava per capire a fondo come in questi ultimi vent’anni i tempi son cambiati come se gli anni trascorsi fossero quaranta e non venti. Dureranno o no I Cani? Se sapranno rinnovarsi e se Niccolò C. saprà variare un po’ le tematiche dei suoi testi sì, altrimenti verranno relegati al ruolo di piccolo fenomeno contemporaneo durato una sola stagione poi caduto nel dimenticatoio per raggiunta anzianità di servizio. Tipo Il Genio, solo che Il Genio almeno veniva suonato negli stacchetti del programma calcistico di Simona Ace Ventura, l’acchiappa animali.

(IFB)

11 luglio 2011

MANCAVA SOLO RED RONNIE POI C'ERAVAMO TUTTI (cit.)

Si fa presto a lamentarsi affermando che nelle città di provincia non c'è mai nulla da fare ecc. ecc. (segue una sfilata di luoghi comuni presi a caso da forum e siti locali) ma finisce sempre che ci si distrae troppo e ci si perdono le cose migliori dell'estate. Tipo i National che hanno suonato a Ferrara nell'ambito del festival Ferrara Sotto Le Stelle, una realtà capace di dire qualcosa di molto bello e di farlo in un modo così rispettoso dei maestri (in primis Joy Division, Nick Cave e l'ultimo, immenso Johnny Cash) eppure così personale e peculiare (talmente peculiare da piacere perfino a Barack Obama).

Ma torniamo a Ferrara e al concerto, che è quello che conta davvero. Preceduti dai Beirut - una cosa molto bella e pop del tipo Patrick Wolf che scrive la colonna sonora per un film western di Emir Kusturica oppure a scelta un giovane Morrissey che frequenta da fuorisede il DAMS a Bologna e – hanno iniziato ed hanno suonato novanta minuti più recupero saccheggiando il loro repertorio (privilegiando ovviamente l'ultimo High Violet ma giustamente recuperando anche canzoni tratte da Boxer ed Alligator). La particolarissima voce di Matt Berninger è in grado di entrarti dentro scavandoti nell'anima e quando il tutto si conclude con una tiratissima Mr. November ed inedita versione acustica di Vanderlyle Crybaby Geeks cantata da un Matt Berninger ormai proiettato fisicamente e spiritualmente in mezzo al pubblico non può non scapparci una lacrima. I National sono pronti per il mainstream, son partiti dal nulla e conquisteranno il mondo. Se non ce la fanno loro chi ce la può fare?





(foto by Luca Gavagna)

LA PREPOTENZA, SAI, È COME IL VENTO


"A quel signore: ti prego falli causa. ti ha accusato di essere drogato, uno spacciatore, ecc.

E poi a tutti gli italiani: Ma che sistema educativo di m*rda c'avete, se questo lo considerate uno inteligente?????"

Io Vittorio Sgarbi non lo considero inteligente, lo considero intelligente con due L. E lo considero pure uno dei più lucidi e pacati intellettuali italiani, ed allora? Non c'è nulla di male. A questo giro magari avrà anche esagerato (ha insultato un ragazzo del pubblico che lo contestava e lo ha insultato pesantemente, ma ha pure rischiato il linciaggio) ma comunque non ha tutti i torti a dire ciò che dice e a dirlo in maniera così sobria e rispettosa delle opinioni altrui (nel filmato avrei voluto vedere chi era il soggetto insultato da Sgarbi, avrà avuto sicuramente i dread, la canotta, i pantaloni a righe, lo zaino Invicta e lo djembé) nonché in maniera così rispettosa del buon uso della lingua italiana. Il mio sistema educativo è ottimo, così come il suo (abitiamo a poche decine di chilometri di distanza io e Vittorio) e già che ci siamo anche quello di Alessandro Haber, un uomo che paga il suo essere attore fino in fondo a dispetto di decenni di pregiudizi che vogliono per forza l'uomo cacciatore e la donna preda. Cosa ho detto? Non so, rileggendolo non ci capisco nulla eppure mi rendo conto che ancora oggi a dieci anni di distanza Vittorio Sgarbi che insulta il Trio Medusa coniando l'epiteto "culattoni raccomandati" è una delle cose intellettualmente più elevate di sempre. E questo mi basta per perdonare lui qualsiasi cosa.

27 giugno 2011

THE PAINS OF BEING SICK & BANALE

Il concerto dei Battles al Link di Bologna è stato il concerto di una band decisamente molto più in forma rispetto alle prime, memorabili, entusiasmanti, gremitissime uscite italiane. Un concerto complicato, ma pur sempre un concerto che ha fatto uscire con il sorriso sulle labbra chi ha saputo/voluto/potuto cogliere la complessa proposta sonora della band americana.
Nessuna concessione a Mirrored o ai due primi EP rivelatori del fenomeno Battles, solo Gloss Drop e i suoi suoni stratificati, le sue ritmiche vulcaniche, le sue trame sintetiche, i suoi featuring vocali. L'idea di proiettare alle spalle della band le immagini dei vocalist che hanno collaborato è roba che sembra uscita dalla testa di Enrico Ghezzi, Williams sembra Jim Carrey ultrasnodabile ed acchiappa-animali in Ace Ventura e suona pochissimo la chitarra occupandosi per la quasi totalità della durata dell'esibizione di suonare le tastiere, ballare e gestire i loop, Stanier è un animale che spacca la batteria, Konopka sembra capitato lì per caso eppure riesce ad essere sempre convincente ed esteticamente impeccabile. La vera, grande forza dei Battles è che sono una band a cui piace giocare, e così facendo riescono a rendere pop roba che in mano ad altri sarebbe noiosissima e sterile (se non pura e semplice masturbazione mentale).

Un concerto del genere avrebbe meritato una cornice di pubblico migliore, ma i gusti son gusti e sui gusti altrui non si discute mai. Quello che conta è divertirsi, l'importante è la qualità e non la quantità. Poi tanto ci son sempre gruppi tipo The Pains Of Being Pure At Heart che son buoni per tutte le stagioni, dove li metti stanno e non sporcano. In ogni democrazia liberale c'è facoltà di scelta ed è giusto che venga esercitata.

Dispiace solo non aver potuto vedere anche l'esibizione di Matias Aguayo, ma si era fatto troppo tardi ed ero devastato dalla stanchezza. Sarà per la prossima.

04 giugno 2010

DEL PERCHÈ L'ECONOMIA ITALIANA NON È MAI DECOLLATA

Un'ora e mezza di coda per il concerto dei Lali Puna al Locomotiv e non sono nemmeno riuscito ad entrare. Se fossi arrivato prima sarei entrato e mi sarei visto un bel concerto, se i tizi del Covo con umiltà l'avessero organizzato nel più capiente Estragon invece che nel medio-piccolo Locomotiv sarei entrato e mi sarei visto un bel concerto, ma se fossi entrato non avrei concluso la serata nel bar adiacente al Locomotiv a giocare a videopoker e soprattutto non avrei vinto 5o euro giocando a videopoker. E se la matematica non è un opinione il mio non essere riuscito ad entrare è stato cosa buona e giusta.

Tutto questo comunque è nulla di fronte al fatto che nei giorni scorsi in un negozio di dischi ho trovato a 1,90 € il singolo originale di Groove Jet di Spiller feat. Sophie Ellis-Bextor (che nei crediti interni è erroneamente chiamata Sophie Ellis-Baxtor, misteri della fede) ed il ritorno in macchina è stato caratterizzato dall'ascolto in loop di tale capolavoro. Ed ovviamente dall'esultanza per aver vinto 50 euro alla faccia di chi crede che coloro che si giocano l'intero stipendio a videopoker siano cittadini di serie B. L'Italia si regge anche e soprattutto su di loro.

28 marzo 2010

BACK TO 2002, SOLO CHE NEL 2002 NON ESISTEVA LA NINTENDO WII

I Notwist sono i più grandi di tutti, e l'hanno dimostrato anche venerdì scorso all'Estragon di Bologna. Un concerto con una scaletta praticamente identica a quella del memorabile concerto di Ferrara di quasi due anni fa, però nel frattempo io sono invecchiato di quasi due anni (con tutto ciò che ne consegue) mentre i Notwist sono maturati e non invecchiati (idem come sopra, con in sovrappiù il fatto che Martin Gretschmann a.k.a. Console continua a controllare la parte elettronica della loro musica utilizzando i controler della Nintendo Wii. Come cazzo fa?). E si è sentito, eccome se si è sentito: han dato tutto, han fatto commuovere la gente (personalmente almeno un paio di volte ho rischiato di scoppiare a piangere, davvero), hanno coinvolto/sconvolto a livello emotivo, hanno suonato da paura, sono stati mediamente più noise del solito (questa volta erano in sei sul palco e le chitarre fischiavano come ai bei tempi) e si son pure presi il lusso di improvvisare una clamorosa jam space-disco-dub facendo ballare la gente manco fossimo al prossimo Urban Disorder (spoiler). Sembrava di essere nel 2002, solo che siamo già nel 2010 e la tecnologia ha fatto passi da gigante (la società invece è regredita, ma questo è un altro discorso da non affrontare in una sede come questa). Cosa chiedere di più ad un concerto? Cosa chiedere di più alla vita?

In definitiva, i Notwist a Bologna han dato la dimostrazione scientifica che quando hai classe e stile puoi anche permetterti di fare un disco ogni cinque o sei anni e prendere ugualmente a calci in culo tutti quei gruppetti ridicoli che cagano fuori un album all'anno tanto per timbrare il cartellino e farsi più ragazzine minorenni possibili. Concerto della vita, tra l'altro.

(thanks to A Flickr in the Life's for the photos - non ho fatto in tempo a scaricare quelle che ho fatto io ed ho pensato di rubarle in giro)

02 febbraio 2010

È PASSATA PIÙ DI UNA SETTIMANA MA È ANCORA COME ESSERE NEL 1998: Air @ Estragon, Bologna, 22/01/2010

Togliamoci subito un sassolino dalla scarpa (un sassolino che a dire il vero ha le dimensioni di un macigno): c'è gente che farebbe meglio a starsene a casa invece di andare ai concerti per farsi le canne, parlare a voce altissima rivolgendo le spalle al palco, fregarsene altamente delle persone che stanno suonando sul palco, ricordare epici momenti vissuti a concerti dieci/quindici anni fa (quando erano tutti azzurri di sci come Fantozzi), disturbare chi sta attorno salvo poi esaltarsi quando gli Air suonano qualcosa tratto da “Moon Safari”. C'è gente che farebbe meglio a rivolgersi ad un buon analista piuttosto che andare ai concerti degli Air per cercare di rivivere i tempi che furono: oltretutto se l'analista non è uno di quelli che generano hype (come ad esempio un Raffaele Morelli qualsiasi) ed è solito lavorare in nero la seduta costerebbe loro molto meno.

Eppure – sassolini nelle scarpe a parte - vale ancora la pena di vedere un concerto degli Air nel 2010, e vale la pena di spendere qualsiasi cifra per essere presenti all'evento. Eccome se ne vale la pena: su disco non hanno praticamente più nulla da dire da parecchio tempo (diciamo da “Talkie Walkie” in poi, 2004 circa), ma dal vivo suonano che è una meraviglia, riescono ancora a fare emozionare, hanno classe da vendere e rendono credibili anche gli episodi tratti dall'ultimo, incertissimo disco “Love 2” (la tripletta “Do The Joy “, “So Light is Her Football” e “Love” acquista una veste nuova, più viva, più umana, più vera).
È chiaro, ad un concerto degli Air si va (anche) sperando di rivivere le magiche atmosfere di “Moon Safari”, e loro gentilmente ti accontentano: “Remember”, “Sexy Boy”, “La Femme D'Argent” e “Kelly Watch The Stars” sono da lacrime agli occhi e con il loro calore analogico riescono ad entrarti dentro scavando in profondità, ma anche il resto (oltretutto, scaletta alla mano, ci si può rendere conto di come all'Estragon gli Air abbiano preferito dare spazio al materiale più recente – come dire “Gonzi, imparate ad accettare il fatto che non siamo più nel 1998, la vita va avanti e noi suoniamo solo ciò che ci piace!) ha lasciato il segno in tutti coloro che hanno voluto ascoltarlo senza preconcetti di sorta.

Gli Air sono come quei calciatori che, ormai giunti a fine carriera, vanno a godersi gli ultimi scampoli di gloria in piccole squadre di provincia (vedi Roby Baggio a Brescia, ma ce ne sono tanti altri): tutti sono scettici e loro invece dimostrano di avere ancora in canna il colpo di genio che ti risolve una partita. Ci sarà sempre qualcuno che non li riterrà degni di calcare ancora i campi di calcio, ma loro procederanno per la loro strada dando lezioni di stile a tutti coloro che li ricordano e li ricoprono d'incenso solo per il loro glorioso passato tralasciando il fatto che a tratti anche il presente sa essere splendido. Ed il bello è che gli Air non sono nemmeno a fine carriera ma hanno ancora tantissimo da dare al mondo della musica.

(IFB)