
A memoria d'uomo non ricordo nulla di più ridicolo del Giro della Padania, giro ciclistico di una nazione che non esiste o che, se per caso esiste, è roba talmente di infimo livello da avere cittadinanza solo nella testa di Umberto Bossi, uno che venti e passa anni fa agitava il cappio contro i ladri in Parlamento (in senso figurato, anche perché in realtà quella volta ad agitarlo era Orsenigo) ed oggi ovunque vada è accompagnato dai congiuntivi in libertà di suo figlio Il Trota e da un partito in lenta ma costante dissoluzione (o ancor meglio decomposizione).
Eppure questo giro ciclistico è stato corso (non so nemmeno chi ha vinto, non me ne frega nulla – forse ha vinto Francesco Moser dopo essere andato a fare il tagliando da Conconi) ed ha avuto parecchia visibilità, ma almeno il concetto stesso di Giro della Padania è stato contestato duramente ad ogni tappa e dunque non tutto il male vien per nuocere. Mi chiedo solo se per finanziare un'operazione del genere siano stati utilizzati soldi pubblici - perché se così fosse sarebbe parecchio grave (soprattutto in virtù del fatto che si è preferito privilegiare la Padania e non Gotham City, Topolinia, Flatlandia o la cittadina immaginaria in cui è ambientato il gioco del Monopoli) – ma non devo farmi troppi problemi visto che se per caso fossero stati utilizzati soldi pubblici di certo Umberto Bossi non verrebbe a raccontarlo proprio a me. Al limite al suoi elettori che pagano le tasse, e sarebbero dolori.
Ecco, quando tra qualche mese la Lega sparirà dal panorama politico italiano (o per lo meno, sparirà la Lega così come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi) e qualcuno dovrà spiegare il momento esatto in cui la Lega ha raggiunto il punto di non ritorno potrà facilmente dire che la Lega è morta durante il Giro della Padania, magari quando si è trovata ad affrontare la salitella di Viale de Amicis (nominata poi tragicamente "cima del Diavolo" per l'immancabile e terrificante tempesta teatro di ogni Gran Premio della Montagna. Nell'epicentro, 50 gradi sotto zero!) e si è resa conto di non avere più le forze per farcela ad affrontare la volata. Ha iniziato ad arrancare quando ha fatto eleggere Il Trota al Consiglio Regionale della Lombardia (congiuntivi sbagliati, sapiente uso del termine “scii”, filmati in cui spiega l'importanza dei social network, diecimila euro al mese) ma è finita proprio lì, durante quella corsa ciclistica in un paese inestente.
Il fatto che il bravo giornalista teròne filo-leghista Gianluigi Paragone venga intervistato questa settimana da Vanity Fair e (tra le altre cose) dica che nella querelle Vasco Rossi-Ligabue lui difende a prescindere Vasco Rossi perché Ligabue è provinciale è un fatto di secondaria importanza, anche perché nello stesso numero di Vanity Fair i Misfits vengono definiti “i fondatori dell'horror-punk” (che cazzo vuol dire poi?) e dunque spesso e volentieri ciò che questo settimanale dice in ambito musicale non va preso troppo in considerazione. Vanity Fair lo compri per le tette nelle pubblicità e per la rubrica di Barbara Palombelli (che questa settimana se la prende addirittura con il sesso estremo, brrrr!), non di certo per la musica.
