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18 luglio 2011

Un disco che sembra un disco di venticinque/trent'anni fa: THE HORRORS - SKYING

Il mio benzinaio di fiducia – che è persona parecchio saggia e sa come gira il mondo perché ne ha viste di ogni – me la mena sempre con una band scozzese abbastanza in voga negli anni ottanta chiamata Simple Minds. Dice sempre che quando era un ragazzino li ascoltava in maniera ossessiva e che se avessero avuto un po’ più di fortuna (e se fossero stati molto più paraculi) oggi sarebbero al posto degli U2 e riempirebbero gli stadi, con contorno di folle urlanti fuori dagli alberghi nei quali si trovano a soggiornare, decine e decine di groupies pronte ad entrare nel loro camerino dopo ogni concerto, scene incredibili nei backstage, Ferrari, coca & puttanoni et altre cose tipiche dello starsystem musicale. E perché i Simple Minds sono entrati nel cuore del mio benzinaio (che ultimamente è anche un po’ il mio guru)? Ci sono entrati grazie ad una formula musicale tipicamente anni ottanta (batteria dal suono che ti chiedi sempre se sia vero o sintetico e non lo capisci mai, tastiere e sintetizzatori che hanno decisamente la meglio sulle chitarre, atmosfere sognanti, voce carica di pathos, new wave come se piovesse) che suonava vera (e veritiera) e che per una qualche ragione che fatico a spiegarmi è invecchiata bene e riesce a suonare dignitosamente anche oggi che siamo nel 2011 e la musica esce che è già vecchia perché l’hai già scaricata prima, ma soprattutto grazie al carisma-non carisma del loro leader Jim Kerr, uno che agli inizi sembrava un damerino come tutti gli altri che all’epoca calcavano i palchi ed avevano successo ma poi è venuto fuori che aveva parecchie cose da dire e le ha dette (e fatte).

Ecco, “Skying” – nuovo, attesissimo (almeno nel Regno Unito, qui in Italia non so) album degli Horrors – suona proprio così, come i Simple Minds tanto amati dal mio benzinaio di fiducia. O meglio, suona come ciò che sarebbero stati i Simple Minds se Jim Kerr avesse avuto certi problemucci di inserimento sociale ed una volta svanita la botta di successo anni ottanta-primi novanta invece di svoltare trasferendosi a Taormina ed aprendo un albergo avesse optato per un buen ritiro nella comunità di recupero tossicodipendenti di San Patrignano, per riflettere su nuove vie musicali ma soprattutto per curare svariate (e ad occhio e croce) ipotetiche dipendenze da sostanze stupefacenti. E dunque, tastiere e sintetizzatori che hanno la meglio sulle chitarre ma sembrano affogati nella melma (“Monica Gems”, “Oceans Burning”, “Moving Further Away”) o nel miele (“I Can See Through You”, “Dive In”, “Wild Eyed”) a seconda dei casi e del grado di dolcezza o sporcizia del brano in questione, atmosfere allucinanti/allucinogene, botte sonore a strati che sembrano uscite da una produzione a caso di Phil Spector, voce che spesso e volentieri non si sa dove voglia andare a parare eppure riesce a trasmettere sia pathos che sensazione di disagio giovanile, ritmiche baggy tanto per farti capire che Madchester è viva e lotta insieme a noi (e ad un ipotetico Jim Kerr che frequentava l’Hacienda, ma che te lo dico a fare). Poi, per carità, dentro ad un disco del genere ci sono anche l’austera marzialità dei Joy Division, le allucinazioni pop di Echo & The Bunnymen, Julian Cope quando aveva in testa di fare dischi pop e mille altre influenze/citazioni che magari non riesco a riconoscere perché io non vado ai concerti indossando la maglietta di Ondarock (per carità, problema mio e non di Ondarock), però resta il fatto che un disco del genere sta a dimostrare che gira e rigira i Simple Minds un qualcosa di buono lo hanno seminato anche nelle giovani menti che magari non erano neppure nate quando Jim Kerr e soci spopolavano.

Un disco come “Skying” non arriva subito e ci mette parecchi ascolti per essere capito, ma quando ci entri dentro fatichi ad uscirne. Si ripete il miracolo: terzo disco per gli Horrors, terzo cambio netto di direzione, terzo disco che non inventa nulla ma sceglie con gusto e competenza le fonti da cui trarre ispirazione e riesce a dimostrare che oltre alle foto di copertina su NME (e le presunte storie d’amore con la figlia tossicoanoressica di Bob Geldof – ed un po’ si torna ancora al discorso del buen ritiro a San Patrignano di Jim Kerr) c’è molto di più e gli Horrors sono un gruppo di valore. Devo farlo ascoltare al mio benzinaio. Per me va a finire che gli piace pure.

(Indie For Bunnies)

23 novembre 2009

È TEMPO DI CAMBIARE LE PROPRIE ABITUDINI ALIMENTARI: BASTA PERE, SOLO BOMBOLONI




Gli Horrors sono tipi che sanno il fatto loro. Certo, se cerchi storie tipo Darby Crash quelle non le fanno neanche per il cash, ma al Bronson di Ravenna hanno dimostrato che dietro l’hype, le copertine su NME, il look studiato e le storie da dopoconcerto c’è di più, molto di più.

C’è una band che è riuscita a rendere dal vivo in maniera assolutamente convincente un disco clamoroso come Primary Colours (e con quei suoni non era facile riuscirci, davvero), c’è una band che quando si è trattato di tirare fuori dal cilindro il materiale del primo disco lo ha fatto ed ha suonato con una foga ed un’urgenza da qui ed ora (e nessuno se lo sarebbe mai aspettato, davvero), c’è una band che ci crede ed ha le palle per dare risposte adeguate ai (tanti, troppi) detrattori. Punto e basta.

In poche parole, a Ravenna gli Horrors nel loro piccolo hanno appiccato un incendio che è durato poco più di un’ora. Una prima parte interamente basata sulle atmosfere shoegazing di Primary Colours per ciondolare la testa tutti insieme (Scarlet Fields dal vivo è roba da far tremare le vene ai polsi) e come bis le botte da orbi dei supersingoli da Strange House (su tutti una tiratissima Count In Five), con in sovrappiù una ancestrale cover di Ghostrider dei Suicide tanto per ricordarci da dove veniamo e cosa siamo. E dopo uno spettacolo del genere esci dal locale soddisfatto e consapevole di aver visto qualcosa di grande, ed altro non puoi fare che mendicare un bombolone caldo - uno di quelli che il fornaio dietro al Bronson sta cucinando con tanta cura & amore – da mangiare prima di affrontare il viaggio di ritorno. Non siamo di ferro noi, e credo che non siano di ferro nemmeno gli Horrors.

In definitiva, è punk o è la solita roba che ricicla il meglio di musiche del passato per farne qualcosa da vendere ad un pubblico pronto a bersi qualunque cosa pur di essere alla moda? Arriveranno lontano o spariranno nel nulla? Non è dato sapersi, però ciò che è certo è che gli Horrors hanno attitudine, suonano alla grande e sul palco danno tutto. Hanno grande presenza scenica, grandi canzoni, un pubblico che gradisce e soprattutto un pubblico fatto non solo di modaioli come agli inizi ma anche di gente attenta che ne sa – segno che piano piano stanno riuscendo a convincerci di non essere solo un fenomeno passeggero.

(Indie For Bunnies)