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19 febbraio 2012

UN DISCO DEL CAZZO, MA BELLO: SKRILLEX - Bangarang [EP]


Che dire di uno come Skrillex e del suo nuovo “Bangarang EP”, preludio di una luminosa e brillante carriera (negli States, ma probabilmente anche in Europa)?

1) Assolutamente figlio dei tempi odierni, di quell’attitudine/abitudine che porta la gente ad ascoltare le canzoni con il telefonino (lo chiamo telefonino perché io sono figlio degli anni novanta), skippando dopo trenta secondi per passare ad un altro brano da skippare dopo trenta secondi. Musica da fast food, o se proprio non ce l’abbiamo con le multinazionali e vogliamo pure fare loro pubblicità gratuita, l’equivalente musicale del Big Mac della McDonald’s®.

2) Ci sono belle idee sepolte sotto quintali di suoni troppo brutti per essere veri (la prima volta che l’ho ascoltato ho temuto per un attimo che mi fosse scoppiata la caldaia), troppo malsani per non esserne intossicarsi, troppo ricchi di grassi saturi per non fare la fine del tizio del documentario “Super Size Me” in caso di ascolto prolungato. Musica da fast food, o se proprio non ce l’abbiamo con le multinazionali e vogliamo pure fare loro pubblicità gratuita, l’equivalente musicale del Big Mac della McDonald’s®. Mi ripeto perché tanto in “Bangarang EP” c’è una sola idea replicata dall’inizio alla fine dell’opera, e probabilmente non ci farà troppo caso nessuno.

3) “Bangarang EP” ha un suo fascino ed è un bel prodotto. È roba da nerd fatta da un nerd che ce l’ha fatta, roba che ti illude per una trentina di secondi di essere riuscito a conquistare un ruolo di rilievo nella società odierna, poi quando ti ha stancato la prendi per quello che è – ossia ciò che ho detto al punto 1 e non sto a ribadire per questioni di spazio.

4) Skrillex stesso ha un suo fascino. Sembra un’imitazione del Nongiovane Francesco Mandelli (quando in una celeberrima gag urlava “Thrasher!” vestito da metallaro ritardato), poi leggi la sua bio e noti che è l’ex cantante di una terribile metalcore band americana che ha dovuto abbandonare il ruolo per problemi alla voce ed allora un pochino ti appassioni a lui ed al suo riuscito tentativo di svolta elettronica. Il suo conto in banca ti ringrazia.

5) Per i fanatici delle categorie, delle etichette e dei generi musicali: la musica di Skrillex è molto difficile da incasellare. È tutto e nulla, i più svegli la chiamano dubstep ma non è dubstep, qualcuno la definisce house ma non lo è (almeno non in senso stretto), electro non ne parliamo nemmeno, fidget forse-ma-forse. Categorizzare la musica non mi è mai piaciuto e quindi la definirei musica da ballare con il corpo ma non con la testa. Troppo ignorante per ballarla anche con la testa, su questo ci siamo.

6) “Bangarang” alla prova dei fatti regge bene. Ti pare di sentire la stessa traccia dall’inizio alla fine ma è giusto così, ed ha perfino il coraggio di campionare i Doors (“Breakn’ A Sweat”) e collaborare con Ellie Goulding (“Summit”, forse la traccia più interessante del lotto – una cosa tipo gli Alphaville o qualunque altra band meteora anni ottanta suonata ad 8bit) e Wolfgang Gartner (“The Devil’s Den”) pur di arrivare al risultato.

Comunque, bando alle ciance: Skrillex riuscirà dove i Prodigy, i Chemical Brothers e Fatboy Slim hanno fallito, ossia far innamorare l’America della dance più cafona. Riuscirà a sfondare piombando ai primi posti della hit parade (quando dico così mi sento un po’ Dj Ringo) e Skrillex diventerà un personaggio di pubblico dominio nonché esempio da seguire per migliaia di giovani americani e non (spero solo che non lo seguano nel taglio di capelli). È solo questione di tempo ed arriverà una collaborazione con Lady Gaga (anzi no, con l’ultima, ingrassatissima Christina Aguilera – e si torna al discorso di “Super Size Me” e dell’equivalente musicale del Big Mac della McDonald’s®) e la gloria. Staremo a sentire come sarà il disco nuovo, per ora questo Ep fa il suo dovere e ciò basta e avanza.

(IFB)

29 novembre 2011

SIAMO SOLI, COME CANTAVA VASCO ROSSI



Se c'è una cosa che mi fa ridere tantissimo (o a scelta mi mette addosso una tristezza infinita, tanto è uguale), questa è la gente che dopo una lunga giornata di lavoro sale sui mezzi pubblici (treno, autobus o tram, tanto è uguale – funzionano tutti da schifo e sono perennemente in ritardo) e si mette al telefono a parlare di lavoro a volumi stereofonici, molestando i presenti, gli assenti ma soprattutto il sottoscritto che vorrebbe tanto farsi i cazzi suoi in pace. Mi fanno quasi pena, o forse no. Hanno ragione loro perché in Italia c'è ancora libertà di espressione.

Ma come si fa a parlare ancora di lavoro dopo una lunga giornata di lavoro? Su, non è umano. Bisogna crederci sul serio, o ben più probabilmente bisogna aver trascorso una intera giornata a guardare gli altri che lavorano e/o a fingere di lavorare e/o a dare ordini a chi sta sgobbando sul serio. Mica puoi metterti a parlare di lavoro dopo una intera giornata trascorsa a cercare in rete notizie
et similia, devi per forza essere molto stressato o devi avercela con il mondo intero (o con te stesso, tanto è uguale – funzionano tutti da schifo e sono perennemente in ritardo. repetita juvant). Qui ad occhio e croce ci vuole un dottore di quelli bravi, anche perché l'85% delle volte questi soggetti al telefono sparlano di un collega/di un sottoposto senza sapere che io magari il collega/sottoposto potrei anche conoscerlo (e dunque potrei fare la spia, cosa che tra l'altro mi riesce particolarmente bene essendo io stato comunista per anni).

Un momento: e se invece questi soggetti da studiare facessero in realtà solamente finta di telefonare, tanto per darsi un po' di arie in pubblico dimostrandosi persone di polso che sanno dare ordini anche quando non sono in loco? O se magari le telefonate fossero tutte una copertura, ossia una serie di messaggi in codice all'indirizzo di un interlocutore che non è un collega/sottoposto ma un boss mafioso o magari un'amante? Non lo sapremo mai, perché su nessun sito internet è stato ancora pubblicato un codice da inserire nelle impostazioni di un cellulare Nokia per ascoltare le conversazioni altrui ed i potenti mezzi della tecnologia attuale non possono darci risposta. Limitiamoci allora a mandare affanculo chi ci disturba facendo telefonate di lavoro sui mezzi pubblici, preparandoci a cambiare di posto qualora le circostanze lo richiedano. Funziona sempre, l'ho letto su Internet.

09 giugno 2011

Un disco pazzo, prezzi pazzi: Lady Gaga - Born This Way

Facciamo un gioco: proviamo a parlare senza preconcetti di Lady Gaga e del suo nuovo disco. È possibile farlo? Io dico di sì, anche perché questo appena uscito – al netto di tonnellate di pubblicità ovunque, infiniti passaggi radio e video, interviste imbarazzanti, sopravvalutazione dell’importanza socio-politica del personaggio, copertine su settimanali in cui Miss Germanotta sfoggia un look che curiosamente la fa sembrare una salma – è un disco che vale (e parecchio) ed il personaggio non inventa nulla di nuovo ma è tutt’altro che banale, ed in tempi difficili come quelli che nostro malgrado stiamo vivendo il non essere banali è una dote da non sottovalutare.

“Born This Way” è pop da classifica, ma di qualità. È talmente temerario che va a recuperare dalla pattumiera della storia musicale quella eurodance (volgarmente detta musica da autoscontri) che andava per la maggiore in Europa nella prima metà degli anni novanta e la riveste di una opportuna patina glamour, rendendo finalmente giustizia ad un suono troppo a lungo bistrattato perché considerato grottesco, eccessivo e privo di dignità artistica. Un disco sì temerario, ma anche un bel po’ paraculo: in fondo la eurodance non è mai arrivata veramente in America (i vari Haddaway, la Bouche, Outhere Brothers e compagnia maranza erano americani di stanza in Europa e negli Stati Uniti non hanno mai avuto un vero mercato) mentre in Europa è appannaggio degli over 26 che si commuovono ricordando i bei tempi che furono e di conseguenza è un fenomeno nuovo per il/la giovanissimo/a potenziale fan di Lady Gaga, ed allora recuperare una cosa così vecchia e marginale facendola sembrare assolutamente nuova diventa una mossa di mercato geniale. Sembra quasi di sentire una puntata a caso del Deejay Time di Albertino dal ‘92 al ‘95 opportunamente riveduta e corretta secondo le moderne tecniche di produzione (“Government Hooker”, “Highway Unicorn”, “Hair”, “Marry The Night”) con in sovrappiù dosi di 4 Non Blondes (in parecchie cose ci deve essere il generoso zampino della songwriter per dive di successo Linda Perry, ne sono sicuro), Roxette (“The Edge Of Glory”), Def Leppard / Poison (“Yoü and I”) e certo metal / hard rock cafone tanto per fare contenti i bifolchi americani. Tutto suona già sentito e rassicurante per chi già sa, nuovo e destabilizzante per chi non sa, ed il bello è proprio quello. Assemblare cose già sentite per fare una cosa che funzioni dannatamente bene a livello di suono, associandola ad un immagine forte che sia in grado di colpire e piacere al grande pubblico. Questo è il pop da classifica, bellezza – ed io non posso farci nulla.

Chiaramente il nume tutelare resta sempre Madonna del periodo “Like A Prayer” (il singolo “Born This Way” riecheggia in maniera inquietante “Express Yourself” e davvero è ciò che avrebbe potuto essere “Music” se nel 1999 i Daft Punk avessero accettato di produrre Miss Veronica Ciccone), ma Lady Gaga sembra volersi affrancare definitivamente da questo ingombrante termine di paragone visto che in questo disco è riuscita a rendere trendy suoni & momenti che cinque anni fa si sentivano provenire a tutto volume solamente dai finestrini delle auto degli immigrati dell’est ferme ai semafori (“Judas”, “Americano”, “Scheiße”), e comunque bisogna sempre ricordare che Lady Gaga ha impiegato solamente tre anni per fare quello che (a livello di musica ed immagine) Madonna ha costruito in più di vent’anni quindi ormai è Lady Gaga ad essere il nume tutelare di Madonna e non il contrario. Deve solo stare attenta a non farsi spremere troppo e a non bruciarsi, perché la gente fa in fretta a stancarsi di certi fenomeni. Ma ad occhio e croce Lady Gaga ha sufficiente pelo sullo stomaco per riuscire a gestirsi in maniera adeguata.

Esagerazioni a parte, resta il fatto che un’artista che si impone in maniera così netta (e così veloce) e costringe Britney Spears, Christina Aguilera, Rihanna e financo la ex-castissima Katy Perry a scendere a patti e ad alzarsi/abbassandosi sfidandola sul suo terreno (con risultati francamente imbarazzanti, vedi gli ultimi flop della Spears e della Aguilera o la Rihanna versione S&M che dichiara che le piace essere frustata – l’ex fidanzato che la menava a sangue ringrazia sentitamente per l’apprezzamento) un qualche valore ce l’ha. È chiaro, non tutto questo “Born This Way” appare ben a fuoco (la prima metà è davvero clamorosa, poi si abbassano i toni, rallentano i ritmi e comincia a sopraggiungere un certo effetto noia – ma tanto nei prossimi mesi arriveranno sicuramente nuovi singoli non contenuti nell’album e di conseguenza nuove special edition che sconfiggeranno questo maledetto effetto noia), ma se lo si paragona a quanto passa attualmente sulle televisioni e sulle radio di regime è tutto grasso che cola.

Se poi aggiungiamo il fatto che da qualunque lato la si voglia vedere quella di Lady Gaga è suo modo roba parecchio più coraggiosa di certo (ma non tutto) indie pop incensatissimo dalla critica e dal pubblico più snob ci si rende conto che ci si trova di fronte ad un autentico fenomeno con il quale – volente o nolente – prima o poi si dovranno fare i conti, e saranno dolori. Lady Gaga riesce a far divertire la gente, a farla distrarre dai problemi della vita reale, a farla sognare, a farla identificare col suo personaggio e lo fa con musica, video e show di qualità. Forse è per questo l’unica vera icona pop rimasta, e ti pare poco?

(Indie For Bunnies)

21 marzo 2011

Drugs are neat, and you can buy 'em relatively cheap / And when you do 'em people think that you're cool



Tutte le volte che vedo in tv la campagna pubblicitaria contro la droga promossa dal Dipartimento per le Politiche Antidroga dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri mi viene voglia di drogarmi peso, soprattutto perché la colonna sonora (chiamiamola così) è a cura di Nek.

Davvero: Nek bofonchia e non si capisce nulla del testo (magari canta anche nella parte strumentale e non si sente nulla), ma quando parte l'acuto "la cosa più bella che hoaaaaaa" vorrei avere a disposizione un paio di pasticche di ecstasy, un po' di ero o del crack e farmi il più possibile, arrivando oltre i miei limiti psicofisici solo per fare un dispetto alle menti geniali che hanno concepito una schifezza del genere (e magari per fare un dispetto anche a Nek che è amico di Giovanardi).

Fa troppo ridere, perché rappresenta una situazione assolutamente irreale, non spiega quali sono i reali pericoli legati all'abuso di droga ma pretende di insegnare ai gggiovani cosa fare e cosa non fare. Ci prova, ma proprio non ce la fa perché non ha i mezzi. Sarebbe bastato ingaggiare un esperto come Vasco Rossi facendolo partecipare attivamente al video e le cose sarebbero andate diversamente, ma evidentemente al Governo hanno altro da fare ed hanno preso Nek facendogli comporre brutta musica da associare ad immagini surreali. Peccato.

Copiaincolliamo un commento preso a caso dal video su YouTube, che vale più di mille parole:

"Un ragazzo in ritardo inseguito da un pusher che gli regala una dose di tutto.

Non prende alcuna sostanza e ha un incubo, mentre sembrava sereno prima di addormentarsi.

Scende dall'autobus e trova un bidone incendiato in mezzo alla strada, dove brucia la sua amata dose (merito del sogno chiaramente).

Perchè cazzo tutto questo dovrebbe spingermi a non drogarmi?

L'evidenza che lo stato e il sistema hanno fallito ancora."

Geniale no? Come può non spingerti a drogarti? Chiaramente gli autori sanno come vanno queste cose qua, sanno che chiunque ti regala droghe a cazzo che se non le prendi hai gli incubi e poi ti trombi una che ti caga solo perché non ti fai. Ed il bello è che per pagare queste cose mi trattengono pure un sacco di tasse in busta paga.

Davvero, domani vado da un pusher in strada e gli chiedo se mi regala una dose di tutto. Magari poi capisco che drogarsi è sbagliato e comincio a cantare come Nek.

03 novembre 2010

IL SENSO DI JAY KAY PER IL GROOVE / IL SENSO DI JAY KAY PER LA NEVE (probabilmente c'è un legame tra le due cose)



Jamiroquai è un figlio di puttana perché sono almeno dodici anni che non ha più nulla da dire ma continua sempre a scrivere canzoni che rimangono nella testa almeno fino alla prossima canzone di Jamiroquai (che poi a dire il vero non ho mai capito se Jamiroquai sia anche il nome di Jay Kay o sia solo il nome del gruppo. Un po' come dire “si dice Marilyn Manson o i Marilyn Manson? Ai poser l'ardua sentenza) e continua sempre ad avere una certa classe pur essendo del tutto alla frutta. In pratica, non ha più nulla da dire ma lo nasconde molto bene.

Tanto per dire, il suo nuovo singolo White Knuckle Ride è roba che poteva essere stata benissimo scritta undici anni fa per Synkronized perché è quel tipico jazz-disco-funk ruffiano uuuh-aaah alla Jamiroquai, invece è il preludio ad un disco nuovo di/dei Jamiroquai nel 2010 con un video identico a quello di Cosmic Girl anche se girato da un altro punto di vista (per la precisione da un elicottero invece che dal posto di guida di un auto, gli anni passano anche per lui). Roba da cocainomane insomma, che però ti ritrovi inaspettatamente a canticchiare nei più disparati momenti della giornata perché ha tanto groove e linee melodiche di un'efficacia a dir poco miracolosa.

Jay Kay se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, e poi io a Jay Kay voglio molto bene. Come si può non voler bene ad uno che nei primi due dischi parlava solo di ecologia ed emergenze sul Pianeta Terra mentre dal terzo disco in poi ha cominciato a parlare solo di Ferrari, coca & puttanoni?

25 ottobre 2010

IL CICCIOBOMBO DEI TAKE THAT OLTRE AD ESSERE ANCOR PIÙ CICCIOBOMBO STA INIZIANDO PURE A PERDERE I CAPELLI



Ci sono arrivato un paio di sere fa, dopo una cena da cui sono uscito talmente ebbro di cibo vegan da arrivare ad odiare il fatto di essere un mangiatore abituale di carne suina, bovina ovina ed avicola: i Take That sono la più grande pop band che sia mai esistita.

E per la precisione me ne sono reso definitivamente conto vedendo il video di The Flood, il loro nuovo singolo a cui seguirà un album nuovo con una copertina esilarante: sono vestiti in un modo che renderebbe ridicolo qualsiasi altro essere umano, eppure loro (oppure i loro ghost-writers. ma non fa niente – facciamo finta che i pezzi se li scrivano interamente da soli) riescono a sfornare una ballata technopop che si infila di diritto nella top ten delle loro canzoni più belle di sempre. Il ritorno di Robbie Williams ha riportato le lancette dell'orologio a quindici/sedici anni fa ed ha giovato enormemente al suono della band, ed a questo punto prestare attenzione al momento in cui verranno comunicate le date del loro prossimo tour ed andarli a vedere in una delle date italiane diventa un dovere morale. Al limite se non passano dall'Italia vado a vederli a Londra, che con Ryanair si viaggia di merda ma si spende poco (così si bilancia il prezzo del biglietto del concerto, che sarà sicuro sessanta euro come minimo). L'importante è vedere i Take That, sarebbe il coronamento di un sogno. Sul serio.

29 agosto 2010

QUATTRO MINUTI: KLAXONS – SURFING THE VOID (Polydor)

VIA

Fare un disco con tre idee e mezza, e farlo pure bene. I Voivod che suonano Astronomy Domine strafatti di keta. Ross Robinson che produce un disco e riesce a tirar fuori dalle chitarre gli stessi suoni di Munky ed Head dei Korn. Il disco che i Cave In avrebbero dovuto fare ai tempi della svolta major invece di quella mezza cazzata di Antenna, quando giravano in tour di spalla ai Muse e non se li filava nessuno. I Muse strafatti di keta, e si torna sempre lì. L’incertezza, la precarietà, la malinconia, gli intrecci vocali più gay che si siano mai sentiti da parecchio tempo a questa parte. Nessuno si sarebbe aspettato un disco del genere da quei cazzoni dei Klaxons, ma loro hanno sparato fuori un mezzo capolavoro come Surfing The Void, Riusciranno anche a suonarlo dal vivo? Non lo so, e nemmeno mi interessa. Se la Lega mi garantisce lo stesso stipendio del Trota divento un militante leghista, uno di quelli che sono intolleranti verso chi ha la pelle anche solo lievemente scura. Però mi piace troppo il grande sogno berlusconiano di avere una abbronzatura inedita per me, quasi quasi faccio l’abbonamento ad un solarium così grazie alle lampade sarò abbronzato tutto l’anno alla faccia dei Klaxons che magari nel frattempo hanno pure imparato a suonare.

STOP

(Bastonate)(in quattro minuti, le prime impressioni casuali riguardo al nuovo disco dei Klaxons)

19 agosto 2010

I LISTEN TO BANDS THAT DON'T EVEN EXIST YET, SO SHOW ME THE WRATH

Gli ultimi vent'anni sono stati caratterizzati, nella moda, nella musica e nell'arte in generale, dalla voglia di riprendere in ondate di revival tutta la storia della cultura popolare: se gli anni ’60 e ’70 si sono impossessati della seconda metà del periodo tra 1994 e inizio 2000, i “famigerati” anni ‘80 hanno cominciato a farsi sentire subito dopo e stanno per essere raggiunti dalla loro stessa sublimazione, gli anni ‘90. O almeno, così pare a sentire le prime voci che cominciano a rincorrersi on e offline, soprattutto in virtù del fatto che io questa maestosa intro l'ho copiaincollata a caso da un sito musicale trovato per caso anche se non ho ben capito bene cosa cazzo volesse dire tutto 'sto discorso sul passato che diventa futuro o presente. O il contrario. O il contrario del contrario. O il contrario del contrario del contrario. Chi lo dice sa di esserlo. Specchio riflesso, buttati nel cesso - e stop. E poi gli anni '90 sono iniziati con la cerimonia d'inaugurazione delle Olimpiadi di Barcellona del 1992 e sono improvvisamente finiti con il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, dunque il problema non si pone.

Il problema vero è un altro: che fine hanno fatto dARI?
Questi coloratissimi ragazzini aostani nel 2008 mi avevano folgorato sulla via di Damasco e di Mino Damato (R.I.P.) con il loro pazzesco esordio Sottovuoto Generazionale; e fino a qualche tempo fa il titolo è stato davvero una promessa, per non dire una premonizione. Preveggenza, previsione, prêt-à-porter, il prete è alla porta che vuole impartirti l'estrema unzione. Dopo che Mtv e qualche sagace radio commerciale ha messo loro gli occhi addosso, la band si è eclissata dalla scena ed è parsa finire sottovuoto celando molti rumors (e molti petos) sull’uscita di un enigmatico secondo album bocciato dalla EMI. Pareva che la prima versione fosse troppo gay-pop e che la seconda fosse troppo macho, ma quanto pare grazie alla sapiente produzione di Ross Robinson i dARI hanno risolto ogni problema e sono finalmente riusciti a regalarci In Testa, il loro secondo, difficile album. I dARI son tornati, e non ce n'è più per nessuno. Lunga vita ai dARI, viva i dARI! Viva Ross Robinson! Ross Robinson, che i più credevano morto da tempo – ed invece è vivo e vegeto, buon per lui che non ha fatto la brutta fine del bassista degli Slipknot.

In Testa era molto atteso anche in virtù di questo alone messianico che gli veniva attribuito da molte delle riviste specializzate tipo Vice Magazine, Cronaca Vera, Mucchio Selvaggio o Fermoposta. Prima dell'uscita è stato da alcuni definito l'album che consacrerà definitivamente il recupero degli anni ‘90 (nella fattispecie rave, techno e acid house - con tutta la gadgetistica che ciò comporta, ossia glowsticks fluorescenti, smileys sotto forma di spille e droghe sintetiche, tutte cose di cui noi che eravamo troppo piccoli per gli after alla storica turbodiscoteca Il Gatto e La Volpe sentivamo parlare solo negli epici racconti dei nostri cugini più grandi), ma altro non è che una incosciente miscela tra elettronica digitalizzata(?!?) e suonata a palla ed un pop-rock che ammicca pesantemente al glam. In Testa è scioccante, purissimo. Doloroso. Ridicolo. Di una bellezza che abbaglia. Di una trashitudine che spaventa. Un disco “basso” come nessun altro nella storia della canzone italiana. E “alto” come nessun altro. Senza baricentro. I dARI sono quattro ragazzi alternativi a tutto tondo, con idee non poi così nuove (vedi gli anni ottanta più interessanti e meno conosciuti, quelli di Alberto Camerini) ma ben messe in pratica: se poi basta l’intro da techno-mosquito di Più di te per decretarla come band da rave, allora stiamo freschi. I dARI sono una band onesta che ha fatto un gran bel disco, non inventano nulla e non cambieranno la storia della musica ma faranno ballare migliaia di ragazzi, e questo è ciò che conta davvero. Il rave era un'altra cosa, il rave era una cosa seria su cui non si scherza, come la politica o la religione. I'm a raver baby so why don't you kill me. Questi sono su un altro pianeta, più alto o forse più basso. Il pianeta delle scimmie, il pianeta della scimmia sulla schiena.

ll disco infatti utilizza sì basi molto ballabili, ma non si sgancia assolutamente dal concetto di musica che la sta facendo da padrone in questi ultimi anni e funziona bene, dannatamente bene. Teenage Rock con grooves, una comunicatività Pop violentemente diretta e testi che centrano l’immaginario medio della post-adolescenza italiana, tra diaristica metropolitana spicciola, sogni televisivi e una corposa innocenza piccolo borghese. il vero valore aggiunto che mi fa applaudire a questi ragazzi è l’approccio sincero, schietto e senza paura, quasi iconoclasta ed oltraggioso – come se un redivivo GG Allin si mettesse a fare musica per teenagers post-Anni Zero. Ad esempio Più di te, grazie a martellanti passaggi televisivi, è il brano più conosciuto, nel quale la fantasia di un pop alla Bluvertigo (magari sembro esagerato ma la teatralità è quella) o di una spensieratezza alla maniera dei ultimi Faint, trova compimento grazie alle tecnologie attuali che sapientemente affinano e limano ogni speculazione sonora azzardata. Ed anche ogni speculazione edilizia, tanto per usare in termine molto di moda negli ultimi dieci/vent'anni di regime berlusconian-cattocomunista.

L’underground rimane comunque una prerogativa e componente indicibile dell’indie titolato del nuovo millennio, ma in fondo chi se ne fotte quando abbiamo a disposizione musica del genere e testi degni del miglior Max Pezzali, quello di La regola dell'amico? Canonica L'amore ci chiama, psichedelica senza pudore Difettosa (potrebbe benissimo appartenere al repertorio MGMT) macchiata dalla consueta pillola d’ecstasy da laboratorio. Molte influenze senza per forza un filo elettrico conduttore, come diceva quel grande filosofo di Giovanni Lindo Trapattoni... per esempio, Toccami il cuore prende molto dal pop articolato dei Garbage, mentre l’indimenticabile Esco ha qualche sporadico debito con i Subsonica della tentata-poi-abortita svolta rock. Da Me contiene tutti gli ingredienti del caso - più rock che elettronica comunque - ma senza dosi da alta-pasticceria: l’improvvisazione anche in studio sembra una prassi per i dARI, che si affidano al loro inesperto, ma coraggioso fiuto. Hanno fiuto come cani da tartufo, fiuto per i ritornelli killer e per le melodie che funzionano. Come i cani da tartufo, ma con gli strumenti musicali al posto dei tartufi. Tartufon quello della pubblicità, e si torna a certi anni '80 e ai primi '90, e si torna alle dosi da alta-pasticceria. Apocalittico Bonjour, brano non certo di punta ma che giustifica lo spessore di una band che non ha paura di spaziare in lungo ed in largo oltre le galassie musicali conosciute. Anche qui ho copiaincollato un intero paragrafo di una recensione altrui sostituendo però nomi dei brani e dei gruppi, non si capisce nulla del contenuto ma va bene così. Questa si chiama classe. Classe di Ferro e la sigla scritta da Jovanotti mentre era nei militari. È la storia di uno, di uno regolare. Tutto regolare, come dicevano i dARI del primo album. Il cerchio si chiude, la strada è malata, l'ultima dose di droga è finita e non esiste mai nessuna città in fiore fiorita. Fiorello col codino quando conduceva il Karaoke e pippava di coca come nessun altro nel firmamento televisivo italiano. Passiamo alla conclusione.

Una domanda sorge spontanea, anzi due: potrebbero i dARI far scuola, e potrebbero avere la stessa genialità dei Sonic Youth targati Evol? Boh, aspettiamo che ritornino sul pianeta Terra per giudicare… ed aspettiamo di trovare in rete altre recensioni da cui copiaincollare interi tranci a caso. Resta il fatto che i dARI sono i nuovi 883 ed In Testa è un disco stupendo , ma i soliti indie-snob non se li fileranno per niente perché troppo impegnati a strapparsi i capelli per il nuovo, bolsissimo disco dei Klaxons. Il mondo è bello perché è vario, il mondo è bello perché è avariato.

21 agosto 2009

IL MATTINO HA L'ORO IN BOCCA, LA NOTTE HA LA BOCCA D'ORO



Traccia una riga di pizzicotti lungo il giovane braccio magro. Infilaci dentro l'ago e premi lo stantuffo mentre guardi la roba entrarci in pieno. Sparala dentro deciso questa merda e falla risucchiare dalle giovani cellule fameliche.
(William S. Burroughs, La macchina morbida)

E il messaggio sociale della prima rima è depenalizzate l'eroina
E il messaggio sociale della seconda rima è depenalizzate la rapina
In compenso criminalizzate le banche il Vaticano le banche del Vaticano il contante
i re americani i duri puri gli investimenti sicuri
(Dargen D'Amico, Anche se dite no)

Qualche tempo fa ho ricominciato a guardare la tv dopo un volontario digiuno durato un paio di settimane e mi son reso conto che la tivù italiana (salvo rare eccezioni) è peggio dell'eroina ed andrebbe vietata per legge. Oppure – ancor meglio - visto che teoricamente siamo in una liberaldemocrazia e non si può limitare la libertà d'iniziativa economica - bisognerebbe organizzare una martellante campagna televisiva per sensibilizzare la gente sui pericoli che l'abuso di televisione comporta (magari una campagna televisiva sulla falsariga di quella che sta facendo Studio Aperto per terrorizzare la gente riguardo ai rave party e all'incubo ketamina, sostanza in giro da almeno dieci anni che però è diventata pericolosa solo ora che ci è scappato il morto) e legalizzare le droghe leggere, che forse fanno meno male della tv ed una volta rese legali cesserebbero di colpo di essere fonte di guadagno per la criminalità organizzata.
(fine dell'insopportabile pistolotto iniziale)

Tanto per dire, io non bevo e non fumo ma una notte mentre zompavo da un canale all'altro cercando di capire se sulle emittenti locali esistono ancora i sexy show condotti da Lea Di Leo o da Gilian mi sono imbattuto in un divertente programma chiamato Italian Fans Club Music Awards che andava in onda su Raidue in differita da una amena località di mare con sindaco PdL. Ho potuto gustarmelo per un solo quarto d'ora (accademico) poi mi son sentito male ed ho dovuto chiamare la guardia medica, ma vuoi mettere la soddisfazione di vedere nell'ordine:

  • quell'uomo inutile chiamato Marco Liorni, che dopo aver scritto un instant book riguardo a quello scottante tema d'attualità chiamato Facebook (uscito tra l'altro per la Renato Curcio Editore) è tornato a condurre in maniera impercettibile programmi che non lasceranno traccia alcuna nella storia della televisione;

  • una valletta che è una tipa che per un certo periodo ha recitato in Un posto al sole, dove faceva la parte della domestica che si innamora di un ragazzino italo-albanese e rischia di restare incinta salvo poi sparire nel nulla e ricomparire improvvisamente in un programma musicale in onda di notte su Raidue (magari dopo aver sostenuto un provino a Villa Certosa);

  • una decina di ballerine, che ballano a caso in puro stile balletti di Non é la rai e che probabilmente sono state anch'esse provinate dal Gianni Boncompagni di Villa Certosa;

  • un vocalist nero che finge di mixare dischi che non stanno girando ed intanto canta frasi a caso mentre si stanno esibendo gli artisti sul palco, disturbandoli tantissimo;

  • Corona che ormai sarà un quintale ma canta ancora The Rhythm Of The Night con voce non sua, i Rockets che ormai sono il cantante ed altri figuranti chiamati a sostituire i membri originali, Gary Low che ora è un cocainomane che somiglia in maniera inquietante a Claudio Baglioni, i La Bionda che in playback mimano assoli di chitarra quando in realtà ciò che viene suonato è un assolo di synth.

Come volevasi dimostrare, il classico programma imbastito ad arte per compiacere il politico di turno, far lavorare l'amante/le amanti del politico di turno, far lavorare Liorni altrimenti non ha da lavorare e senza lavoro non si porta a casa la pagnotta. Mi è andata bene perché un programma del genere è roba da collasso cardiocircolatorio, è roba che ti stronca la carriera. Ho visto solo la parte dedicata alle vecchie glorie poi sono precipitato in un oblio che è terminato solo qualche sera più tardi sentendo French Kiss di Lil' Louis utilizzata come sottofondo musicale in una replica di una puntata di Bisturi (un capolavoro totale della musica house accostato ad una donna di inenarrabile bruttezza che cerca di migliorare il suo aspetto, ricorre alla chirurgia plastica e dopo mille peripezie diventa ancor più brutta, com'è strano il mondo a volte).

(Conclusione)

Un'estate entusiasmante, non c'è dubbio. E intanto continuiamo a pagare il canone per vedere roba del genere (niente paura, il canone si paga anche per Mediaset. Ad esempio, chi li paga i voli di Stato ad Emilio Fede? Li paga Pantalone come al solito. Chi la paga la legge Gasparri? Pantalone. Chi le paga le multe per Retequattro che non vien mandata sul satellite? Idem come sopra. Si potrebbe andare avanti all'infinito ma mi fermo perché non voglio querele).

04 agosto 2009

MUSIC FOR THE JILTED GENERATION


Un mio amico tossico che sta cercando disperatamente di smettere mi ha fatto un regalo: mi ha fatto avere una copia promo di Romborama, il primo full lenght degli italianissimi Bloody Beetroots. O meglio, per darmi tale prodigio della scienza e della tecnica ha sì voluto qualcosina in cambio, ma la contropartita che ha richiesto (per la cronaca: ha voluto un paio di vecchie copie di Rumore perché a suo dire gli articoli di Stefano Cerati sono meglio del metadone) è di valore economico talmente irrisorio rispetto alla valenza socio-politica dell'opera in questione che non ci ho rimesso più di tanto.

E com'è il nuovo disco dei Bloody Beetroots? Con una copertina che nel 2009 non ti saresti mai aspettato, è il mosh versione 2.0. È la musica che passano ad m2o suonata nella pit di un concerto degli One Life Crew. È Benny Benassi che suona la chitarra nei S.O.D. e riesce a piacere lo stesso al grande pubblico. È Stefano Cerati che si aggira ubriaco perso all'interno della Piramide del Cocoricò. É la musica ideale per fare le penne in scooter sulla tangenziale. È la prova provata che circa dieci anni fa Mr. Oizo in fondo aveva ragione, ma appunto erano circa dieci anni fa ed il mondo nel frattempo è cambiato in peggio. É un insostenibile tour de force para-metallico che sei alla traccia numero 4 ma credi/speri che il disco sia già in dirittura d'arrivo solo che non è così e ci resti molto male. È la ketamina che circa dieci anni fa la gente si preparava da sola in casa per poi pagarne le conseguenze circa dieci anni dopo. È bella musica se presa a piccole dosi, è una incredibile rottura di palle se ascoltata per lungo tempo. Fine della descrizione del disco.

Tre idee moltiplicate per venti fanno qualcosa che sembra sessanta idee diverse, ma in realtà son sempre le stesse tre idee utilizzate ad oltranza e sfruttate finché si può. Non è dato sapersi i Bloody Betroots ci credano veramente, riescano a fare solo quello o stiano meramente cercando di far cassa più che possono sfruttando l'onda, ma non è poi un dettaglio così importante. In fondo si tratta solo di musica, in fondo si tratta solo di un promo che per quanto mi riguarda potrebbe anche non corrispondere al disco che tra poco sarà in vendita nei migliori supermercati d'Italia.