L'ultimo numero di Vanity Fair (o il penultimo, o il prossimo – tanto ormai son tutti uguali e c'è sempre un articolo che parla delle entusiasmanti vicende della coppia Brangelina) dedica uno speciale all'ultimo Heineken Jammin' Festival. Ho chiuso il giornale quando ho letto che secondo l'autore dell'articolo l'Heineken Jammin' Festival sarebbe la più credibile risposta al festival inglese di Glastonbury e l'ho lanciato dalla finestra ridendo a crepapelle, non prendendomi nemmeno la briga di verificare quante pagine di pubblicità alla birra Heineken erano presenti sul numero in questione. Va bene vivere di marchette ed intervistare attori con un film in uscita, presentatori con un nuovo programma e cantanti con un nuovo disco in uscita, ma quando è troppo è troppo. Sto ancora ridendo. Vanity Fair è ufficialmente roba buona solo per radicalchic all'ultimo stadio, da sfogliare mentre si sorseggia un aperitivo equo-solidale e si pasteggia a mozzarelline ciliegia e pomodori pachino (raccolti dai braccianti nigeriani sottopagati in Puglia, ma sempre equo-solidali come l'aperitivo). O magari mentre si è in bagno ad espletare le proprie funzioni corporali e si necessita di qualcosa di interessante da leggere in uno dei momenti più importanti nella giornata di un uomo (o di una donna). Che Vanity Fair mi chiami a scrivere di musica e non se ne parli più.
Sullo stesso numero di Vanity Fair è presente anche una esilarante Jo Squillo che afferma che Lady Gaga ha successo perché l'ha copiata. Non mi ricordavo nemmeno che Jo Squillo esistesse ancora, pensavo fosse morta.